Lo show di Trump sui dazi è stato uno spettacolo ben orchestrato e perfettamente riuscito. La comparsa sul palco dell’ex operaio di Detroit un colpo di teatro da maestro. Ma cosa nasconde davvero la guerra dei dazi, appena iniziata dagli USA? E soprattutto, come dovrebbe rispondere l’Europa. Lo abbiamo chiesto a Fabio Masini, docente di Storia e teorie delle relazioni economiche internazional a Roma Tre e direttore editoriale di Euractiv Italia.

Qual è la funzione strategica dei dazi secondo Trump?

Come già suggerito da Stephen Miran, che poi Trump ha nominato a capo del gruppo di consiglieri economici del Presidente, i dazi sono solo una prima mossa di una più ampia strategia, volta a far pagare al resto del mondo i costi di ottant’anni dell’egemonia americana, divenuti potenzialmente insostenibili se non accompagnati da atteggiamenti collaborativi delle potenze emergenti. La crescita esponenziale della Cina e di altre potenze economiche continentali, alcune delle quali riunite nei BRICS, ha cambiato la natura della bilancia tra costi e benefici dell’egemonia USA. Il privilegio esorbitante derivante dal dollaro egemone, di cui si lamentava De Gaulle egli anni Sessanta, che ha consentito agli USA di spendere per accrescere i consumi interni ed esercitare un controllo economico e politico sul resto del mondo, si basava sulla complicità (più o meno interessata) degli altri paesi ad accettare questa situazione. Da quando l’egemonia USA è stata messa in discussione, il costo di mantenerla è sempre più elevato e gli USA sono diventati vulnerabili ad un debito interno ed esterno che sta sfiorando i 40 trilioni di dollari. Una cifra spaventosa. Capace di creare, se non guidata, un terremoto finanziario di cui è difficile immaginare le conseguenze. La strategia di Trump è di imporre, con il vantaggio di una contabilità delle testate nucleari e dei gradi asset management funds a suo favore, che questo costo venga sostenuto dal resto del mondo. A questo serve la prima manovra sui dazi.

Come dovrebbe reagire l’Europa?

Comprendo la spinta emozionale a ritorsioni commerciali, innalzando a nostra volta dazi su importazioni americane di beni e servizi. Ma sarebbero i cittadini europei a pagarne il prezzo, vedendo schizzare in alto l’inflazione. In un momento in cu facciamo già fatica a riportarla verso il target del 2% annuo.

Credo che la migliore risposa possibile sia avviare immediatamente accordi di libero scambio con altre aree del mondo, Cina, India e Giappone prima di tutto ma anche AfCFTA (l’area di libero scambio dei paesi africani), ASEAN (nel sud-est asiatico) e Mercosur (l’accordo è stato appena concluso ma va reso pienamente operativo). Mancando un’istituzione internazionale in grado di imporre le decisioni già prese di riduzioni tariffarie, visto che la WTO è completamente delegittimata e manca di capacità di enforcement, occorre che l’Europa si faccia carico di avviare un accordo multilaterale con queste aree per ripristinare una infrastruttura capace di dare al mondo un ordine nuovo. Senza gli USA, sostituendo all’egemonia del dominio USA, che ha caratterizzato l’ordine mondiale nell’ultimo secolo, una egemonia di valori europea, fondata sulla libertà commerciale, la giustizia sociale, il rispetto dell’ambiente, etc. L’Europa ha una grande responsabilità globale da giocare in questa partita.

Considerando che il modello di sviluppo europeo è sempre stato trainato dalle esportazioni, quale sarebbe, a suo avviso, il policy mix ottimale per rispondere allo shock sulla domanda che ci possiamo aspettare dai dazi USA?

Una politica dei redditi più espansiva, per favorire la domanda interna e garantire un livello sufficiente di attività economica in attesa di recuperare spazi di mercato in altre aree del mondo, ed una politica monetaria accomodante, anche in deficit spending collettivo europeo, facendo leva sull’’eccesso di risparmio globale esistente su mercati finanziari internazionali e la probabile fuoriuscita dal dollaro in molti portafogli d’investimento. Pronti a rovesciare il policy mix una volta acquisita nuovamente una posizione commerciale favorevole verso il resto del mondo.

È realistico aspettarsi questo scenario?

Data la storia passata della UE e le sue tradizionali risposte alle crisi, molto spesso caratterizzate da austerità e lentezza decisionale, verrebbe da dire di no. Ma l’accelerazione della storia e il cambiamento drammatico che sta avvenendo negli ultimi anni devono portare ad un’accelerazione anche del processo d’integrazione europea. Se non ora quando?

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